giovedì 21 luglio 2016

Locri e "Il Barbiere di Siviglia" secondo il Maestro Crescenzi



Un graditissimo ritorno a Locri, Maestro Crescenzi. Cosa l’ha fatta riapprodare per la seconda volta nei lidi della Locride?
A Locri ci torno soprattutto per la parola data all’Avv. Anna Sofia. Lo scorso anno, dopo il successo del “Rigoletto”, la dinamica "assessora" aveva già prenotato la mia presenza e quella di Massimiliano Fichera per l’estate del 2016. Difficile dire di no, soprattutto poi se si tratta di un’opera come Il barbiere… So quanto la Sig.ra Anna Sofia tenesse alla nostra presenza. Poi vorrei godermi con più tranquillità le bellezze della Locride: lo scorso anno tra la “Boheme” a Macerata, e l'inaugurazione del nuovo Canale di Suez in Egitto, avevo vissuto il “Rigoletto” in mezzo ad aerei, treni, bus e taxi vari.


Cosa ricorda di quella magica notte, l’8 agosto 2015, in cui diresse superbamente l'Orchestra del Teatro Cilea  nel Rigoletto?
Di quella sera ricordo la grande tranquillità che riuscivo a trasmettere ai professori dell’Orchestra del Teatro Cilea, e la grande concentrazione dei giovani che facevano parte del coro. Avevo i loro occhi incollati ai miei, davvero emozionante. Poi naturalmente gli applausi calorosi del pubblico… potrebbe essere banale, ma ogni volta è sempre come se fosse la prima volta. Ricordo di un signore molto anziano, mi attese all’uscita, mi diede una specie di biglietto ed erano poche righe scritte sulla salvietta di un bar. Si complimentava con me, di come avessi seguito i cantanti nell’accompagnarli, e delle emozioni che gli avevo trasmesso. Un gesto del genere ti ripaga dei tanti sacrifici che affrontiamo in questo mestiere.

Cosa può dirci invece della sua versione de Il barbiere di Siviglia che proporrà quest'anno? 
Sappiamo tutti che “Il barbiere” rossiniano è l'opera più martoriata, ritoccata, letta e rieletta dai tanti filologi o presunti tali, che si
spacciavano per specialisti della musica del genio pesarese. Con il mezzo o con il soprano? La sinfonia è con i tromboni o senza? Si devono utilizzare i piatti o il sistro? E le variazioni nelle colorature sono di Rossini o del Ricci o di qualche direttore sprovveduto che pensava solo allo show? In questo caso io mi fido solamente della Fondazione Rossini di Pesaro e del suo creatore Alberto Zedda, che di Rossini è come i quattro evangelisti messi insieme. Pertanto ci affideremo alla revisione del Mo Zedda del 1969, che Abbado portò per la prima volta al Teatro Alla Scala proprio in quell’anno, con la storica e sempre verde regia di Ponnelle. I tagli nei recitativi saranno proprio gli stessi, così come per tutti i numeri musicali. Rossini è il Mozart italiano: la mia idea è quella di farne un’interpretazione più cameristica che sinfonica, più tenuta sulla leggerezza che sulla velocità.
E come all'epoca avrò la doppia veste di direttore e cembalista accompagnandone i recitativi. 

L'anno scorso è riuscito a ipnotizzare il pubblico locrese. Per quest’anno in duo con Lev Pugliese, cosa bisogna aspettarsi?
Lev Pugliese non lo conosco personalmente e non ho mai avuto il piacere di lavorare con lui, per cui non mi sembrerebbe onesto anticipare nulla. Molti colleghi me ne hanno parlato benissimo. Io posso dire che ho visto proprio un suo “Barbiere” nella bellissima piazza del Popolo di Ascoli Piceno una decina di anni fa e ricordo uno spettacolo sobrio ma divertente, senza gag scontate e volgari. Invece, sempre ad Ascoli, ero rimasto incantato lo scorso anno da una sua “Boheme”. Credo proprio che andremo d’accordo e che sarà un bel lavorare.

Ci può fare un bilancio della stagione operistica 2015-2016 del Teatro dell’Opera de Il Cairo, di cui è direttore artistico? Qual è stato l’allestimento che ha avuto maggiore successo di pubblico e di critica?
Al Cairo ho da poco terminato una stagione effervescente ma pesante, basti pensare che solo nello scorso mese di maggio ho diretto una nuova produzione di “Un ballo in maschera” di Verdi, il balletto di Prokofiev “Cinderella”, e “Rigoletto”. Proprio quest’ultimo titolo è stata la produzione di maggior successo, e la vera sorpresa della stagione 2015/’16. Nel ruolo del titolo ho invitato Massimiliano Fichera, dopo averlo conosciuto lo scorso anno qua a Locri. Il pubblico egiziano si è innamorato totalmente della sua voce, ma soprattutto dove ha impressionato è stata la sua interpretazione passionale. Lo spettacolo era stato rappresentato lo scorso febbraio, il teatro era strapieno e il successo è stato tale che a fine maggio siamo riusciti ad eseguire altre due recite.
Un’altra novità è stata l’apertura della stagione. Per cercare di portare a teatro un pubblico diversificato, mi sono inventato un Gala di Opera & Balletto dove insieme ad arie, duetti e cori di opere, ho potuto inserire passi a due o ensemble tratti dalle più belle pagine del repertorio di danza classica.
In Europa tutto ciò passerebbe come una cosa normalissima, al Cairo invece era la prima volta che veniva usata questa formula, che è piaciuta tantissimo. La ripeteremo il prossimo 22 Settembre in occasione dell’apertura della stagione 2016/2017. Certo che il caso Regeni non mi ha aiutato moltissimo: se da una parte ho ricevuto affetti di stima e solidarietà, dalla parte istituzionale ho attraversato momenti di puro imbarazzo. Avevo avviato serie collaborazioni con teatri italiani per delle co-produzioni Italia/Egitto assieme alla nostra ambasciata e all’Istituto Italiano di Cultura al Cairo. Ora tutto è sospeso e davvero non so cosa potrebbe accadere in seguito, visto il prosieguo del caso.

E un bilancio da agosto scorso della sua attività artistica?
Dopo il nostro “Rigoletto” dello scorso agosto a Locri, ho fatto concerti e produzioni davvero belli. Mi piace ricordare la “Norma” a Timisoara con la regia di Mario De Carlo e Dimitra Theodossiu nel ruolo del titolo e il nostro Roberto Scandiuzzi in quello di Oroveso. A Cluj ho diretto una bellissima “Boheme” con la nuova stella del Metropolitan di New York, la rumena Anita Hartig. A Bucarest lo scorso febbraio ho diretto per la prima volta in Romania, “La Favorita” di Donizetti. Lo scorso aprile con la Filarmonica Marchigiana, ho avuto l’occasione di dirigere, nello splendido Teatro “Alighieri” di Ravenna, un concerto sinfonico con la partecipazione di uno dei più promettenti cellisti del nostro Paese, Alberto Casadei. In tutto questo c’erano i miei impegni a Il Cairo che proseguiranno la prossima stagione con due nuovi produzioni: “La Traviata” e “Manon Lescaut”.

Sold out anche quest’anno a Locri? E il pubblico come sarà?

“Il barbiere” è una delle opere più eseguite al mondo, dopo “Carmen” e “La traviata”. Ora, aspettarsi un tutto esaurito, non me la sentirei di prevederlo ma, viste le premesse delle edizioni precedenti, sono certo che i Locresi non ci deluderanno. È  importante, nelle realtà di provincia come quella di Locri, che non vengano sovrapposte manifestazioni analoghe perché il pubblico non saprebbe quale scegliere e ci rimetterebbero tutti. Quindi, credo fondamentalmente che l’unione, il coordinamento e il sincronismo tra le istituzioni preposte a questo tipo di manifestazioni sia indispensabile.


Da Locri a New York: Lev Pugliese firma "Il barbiere di Siviglia"


Da Locri a New York: Lev Pugliese firma “Il barbiere di Siviglia” 

Quest’anno l’Assessorato al Comune di Locri e tutta l’Amministrazione, per Il barbiere di Sivigliadi Rossini, in scena l’8 e il 9 agosto
2016, presso la Corte Comunale, hanno coinvolto un teamdi fama internazionale.
La regia è affidata a Lev Pugliese, che subito dopo l’allestimento de Il barbiere a Locri, sarà di nuovo impegnato, questa volta con “Aleko” e “Pagliacci”, per l’inaugurazione della stagione 2016/17 del New York City Opera. 
La direzione musicale dell’Orchestra di Reggio Calabria è firmata da David Crescenzi, direttore artistico del Teatro dell’Opera de Il Cairo e direttore ospite in moltissimi importanti teatri d’opera e in festival dal respiro internazionale.
Il ruolo del protagonista, Figaro, è interpretato da Massimiliano Fichera, da poco ritornato dal Festival dell’Egeo dove ha cantato ne I pagliacci con Piero Giuliacci.
Il livello e lo spessore artistici dei tre riferimenti di questa versione dell’opera sono evidenti, anche se è doveroso citare gli altri cantanti che completano il cast, tutti quotati e con voci interessanti: Giuseppe Tommaso (Il Conte d’Almaviva), Romano Franceschetto  (don Bartolo), Anna Werle (Rosina), Enrico Marchesini  (don Basilio), Stella Sestito (Berta) e Angelo Nardinocchi (Fiorello /Ufficiale), supportati dal Coro Cilea di Reggio Calabria. 
La direzione artistica dei due giorni d’opera locresi è affidata a Claudio Pugliese, figlio del celebre basso Franco, da anni impegnato come direttore artistico della compagnia  C.I.A.L.M. – Teatro Lirico Italiano e dell’associazione culturale Teatro Lirico Regionale, realizzatrice della nuova produzione.
Partecipa all’allestimento anche il corpo di ballo “Danza Dyonisos”, diretto da Ivana Sanci.

“Vogliamo proporre alla Locride alta cultura di qualità. Crediamo in questo progetto e siamo sicuri che i nostri sforzi saranno premiati”, afferma l’Avv. Anna Rosa Sofia.

“Sono orgoglioso di poter dirigere “Il barbiere” in Calabria in quanto parte della famiglia ha origini calabresi e poi il fatto che ricorra il bicentenario dalla prima esecuzione del capolavoro rossiniano, rende ancora più stimolante questa avventura. Sono felice che in un paese dove le risorse dedicate allo spettacolo vengono sistematicamente ridotte, vi siano amministratori, come l’assessore Sofia, che intuiscono il valore culturale, e non solo, del melodramma, definito dal Maestro Ronconi come «il nostro vero teatro nazionale»”, dichiara Lev Pugliese.

“Ritorno con piacere a Locri soprattutto per l’impegno con l’Assessore Sofia, che teneva alla mia presenza, e per l’accoglienza calorosa del pubblico della Locride.  “Il barbiere” è una delle opere più eseguite al mondo, dopo “Carmen” e “La traviata” e, per questo, per il cast che è stato coinvolto e per il bicentenario dalla prima esecuzione, sono certo che i Locresi risponderanno numerosi e attenti. Inoltre sono sicuro che con Lev Pugliese riusciremo a lavorare molto bene insieme. Con Fichera la sinergia ormai direi che è più che rodata. L’ho voluto per “Rigoletto” per ben due volte quest’anno al Teatro de Il Cairo”, afferma David Crescenzi.

“È il mio cavallo di battaglia e poter interpretare i panni di Figaro a Locri e con un team di tale qualità mi onora. Sono sicuro che tutto andrà per il meglio e desidero ringraziare l’Assessore Sofia per il suo impegno e per il grande riguardo che ha avuto nei miei confronti, volendomi a tutti i costi di nuovo nel suo Comune a poter proporre la mia arte”, dichiara Massimiliano Fichera.


Si segnala, in fine, che i biglietti dell’opera, al prezzo unico di 20 €, sono acquistabili presso l’Ufficio Cultura del Comune di Locri (0964-391435), Agenzia Persefone Viaggi, Bar Riviera e Teatro di Gioiosa Jonica (0964-412405 o 3426629557).


Per informazioni : Annunziato Gentiluomo cell. +39 3663953014 / ArtInMovimento Magazine
Corso Verona, 20 – 10152 Torino / Tel +39 011 19904184  Fax: 01119835692 





Locri e "Il barbiere di Siviglia" diretto dal duo Crescenzi-Pugliese



E per il terzo anno Locri investe nella cultura alta
In scena presso la Corte del Comune “Il barbiere di Siviglia” diretto dal duo Crescenzi-Pugliese

Per il terzo anno l’Assessorato alla Cultura del Comune di Locri e tutta l’Amministrazione investiranno sulla cultura alta proponendo
l’8 e il 9 agosto 2016, presso la Corte Comunale, Il barbiere di Siviglia. Dopo “La traviata” e “Rigoletto”, drammi verdiani del Grande Repertorio Lirico, la scelta quest’anno è caduta su Rossini e la più famosa delle sue opere buffe nell’anno del bicentenario della prima rappresentazione al Teatro Argentina di Roma. A curare artisticamente l’evento sarà Claudio Pugliese, direttore artistico della compagnia  C.I.A.L.M. – Teatro Lirico Italiano, realtà attiva sin dal 1979 ed iscritta nel Registro delle Imprese liriche del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per oltre 35 anni, organizzatrice e produttrice di innumerevoli stagioni liriche e tournée in Italia e  fuori. Egli è anche il direttore artistico dell'associazione culturale Teatro Lirico Regionale realizzatrice della nuova produzione.
Sul podio dell’Orchestra di Reggio Calabria vi sarà David Crescenzi, da settembre del 2014 Direttore Artistico e Musicale del Teatro dell’Opera de Il Cairo e direttore ospite in moltissimi importanti teatri d’opera e in festival dal respiro internazionale. 
Il M° Crescenzi non è l’unico ritorno, in quanto sarà Massimiliano Fichera a indossare i panni del protagonista dell’opera, Figaro. Baritono di fama internazionale dalla voce profonda e possente, interpreterà proprio il suo cavallo di battaglia, il ruolo che l’ha fatto apprezzare dal pubblico e dalla critica.
La messinscena de Il Barbiere di Siviglia sarà affidata a Lev Pugliese, brillante regista di livello internazionale che ha collaborato con diversi e celebrati direttori e cantanti, ed ha portato la propria arte in Repubblica Ceca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Sud Korea, Repubblica di Macedonia, Serbia, Spagna, Svizzera e, recentemente, negli Stati Uniti, dove ha inaugurato la stagione lirica del New York City Opera lo scorso gennaio e tornerà ad agosto per un’altra nuova produzione. 
Il cast di entrambe le recite, di notevole spessore artistico, prevede accanto al citato Fichera, Giuseppe Tommaso (Il Conte d’Almaviva), Romano Franceschetto  (don Bartolo), Anna Werle (Rosina), Enrico Marchesini  (don Basilio), Stella Sestito (Berta) e Angelo Nardinocchi (Fiorello /Ufficiale), supportati dal Coro di Reggio Calabria.
Partecipa alla produzione anche il corpo di ballo “Danza Dyonisos”, diretto da Ivana Sanci.

Il mio mandato è fortemente orientato a restituire prestigio alla mia città e a valorizzare ciò che abbiamo, stimolando il mutamento che di per sé è positivo. Un motore di questo cambiamento è la cultura e, seguendo l’entusiasmo e la passione dell’Assessore Sofia, anche per quest’anno Locri si trasformerà in una location d’opera. Andiamo controcorrente e continuiamo, con fiducia, a investire su offerte culturali di eccellenza perché è la cultura lo stimolo, la ninfa, la leva di crescita e riflessione che ci permette di aprirci all’altro e agli altri superando pregiudizi, stereotipi e differenze, dichiara il Sindaco Giovanni Calabrese.
Crediamo profondamente in questo appuntamento con l’opera che da tre anni ha fatto godere tanti nostri cittadini, calabresi e turisti. Per l’estate del 2016 la scelta è ricaduta sulla celeberrima opera buffa di Rossini, “Il barbiere di Siviglia”, perché vogliamo avvicinare i più i giovani, poco socializzati alla lirica, e perché dopo Verdi non potevamo non dar spazio al grande compositore di Pesaro, uno dei più prolifici della storia della musica. 

Dopo aver collaborato con l’Associazione Morgana InCanta, quest’anno con l’incontro con un veterano di questo mondo, Claudio Pugliese, e con la sua TLR, vogliamo fare un salto di qualità investendo su cantanti in carriera che sapranno sicuramente deliziare i presenti attenti, preparati e appassionati. La nostra terra è affamata di alta cultura e noi siamo tenuti a nutrirla, afferma l’Assessore alla Cultura, Anna Rosa Sofia.

Locri (RC), 18/06/2016


Per informazioni : Annunziato Gentiluomo cell. +39 3663953014 / ArtInMovimento Magazine

Corso Verona, 20 – 10152 Torino / Tel +39 011 19904184  Fax: 01119835692 

martedì 19 luglio 2016

"Bel Canto" Intervista al baritono M° Massimo Cavalletti




MASSIMO CAVALLETTI lucchese d’origine, si perfeziona con Luciana Serra presso l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano con la quale nasce una stretta collaborazione che lo porta ad esibirti nei ruoli di Figaro (Il barbiere di Siviglia) Schaunard e Marcello (La Bohéme), Enrico (Lucia di Lammermoor), Paolo Albiani (Simona Boccanegra), Ford (Falstaff), Rodrigo (Don Carlo), Escamillo (Carmen) a queste seguiranno altri ruoli e opere come La Juive, Le Cid, L'Elisir d'amore, Poliuto, Le convenienze ed inconvenienze teatrali che lo portano ad esibirsi al teatro dell’opera di Zurigo, Royal Opera House Covent Garden, Staatsoper di Vienna, Festival di Salisburgo, Opera Nazionale Olandese, Deutsche Oper Berlin, Opera di Firenze, Teatre del Liceu di Barcellona e tanti altri. 

È uno di quei pochi cantanti italiani a possedere una rigorosa integrità tecnico-vocale che lo spinge a scegliere  con estrema cura il proprio repertorio; il suo è un timbro da baritono drammatico e potrebbe sostenere i grandi ruoli di “padre” verdiani o pucciniani ma al momento preferisce rimanere sul repertorio lirico, aggiungendo ruoli un pochino più pesanti ma con gradualità.

Di particolare rilievo sono stati i suoi due debutti dello scorso anno: Don Carlo in “Ernani" (terzo atto in concerto) e soprattutto Renato in “Un ballo in maschera” interpretati in Israele diretto dal grande Zubin Mehta, ruolo che intende cantare sempre più spesso, come primo scalino verso un repertorio più drammatico. 
Nel 2016 si esibisce al Metropolitan di New York nella nuova produzione di Manon Lescaut diretta da Fabio Luisi e come Marcello ne La bohème, al Teatro alla Scala nel ruolo di Paolo Albiani in Simon Boccanegra, debutta al Teatro de la Maestranza di Siviglia nel ruolo di Belcore, al nuovo Teatro dell'Opera di Dubai come Figaro ne Il barbiere di Siviglia, al Teatro Regio di Torino come Marcello in una nuova produzione della Bohème, al Festival della Valle d'Itria in un concerto di belcanto del quale tra andremo proprio a parlare.

Nel 2018 debutterà il ruolo di Gianni Schicchi. 
-------------

il Festiva della Valle d’Itria che da ben 42 edizioni si svolge a Martina Franca in provincia di Taranto è una realtà eccezionale a livello internazionale del mondo lirico. Quest’anno quasi tutta la programmazione sarà dedicato il 200ntenario della morte di Paisiello, compositore d’origine tarantina.
Il Festival prevede sia opere che concerti. Le opere in cartellone sono “La grotta di Trofonio” di Paisiello, “Baccanali” di Steffani, “Don Chisciotte della Mancia” di Paisiello, “Francesca da Rimini” di Mercadante.
Giovedì 14 luglio la stagione si apre con la “La grotta di Trofonio” alla quale seguirà “Baccanali” mentre sabato 16 sarà la volta di due concerti: uno alle ore 17:00 per “i concerti del sorbetto” in cui si esibiranno giovani allievi dell’accademia di canto “Rodolfo Celletti” mentre  alle ore 21:00 presso il Palazzo Ducale assisteremo al “Concerto del BELCANTO” che prevede il premio Rodolfo Celletti 2016 al bass-bariton Ruggero Raimondi che assisterà alla performance di nostro amico Massimo Cavalletti attorniato dai colleghi Vincent Romero (tenore) e Aya Wakizono (mezzosoprano).

Il programma della serata prevede arie di Mercadante, Donizetti, Mozart, Pacini e Rossini dirette dal maestro Sesto Quatrini.

Massimo Cavalletti, è la prima volta che prende parte al festival della Valle d’Itria, come sta andando questa sua esperienza musicale-pugliese?

Sono veramente molto felice di essere qui a Martina Franca anche perché è un festival molto rinomato dove il livello musicale è molto elevato. È per me un'esperienza molto interessante, si respira un'aria di musica, di cultura. Mi sento eccitato di essere qui, era da molti anni che volevo venire, mi ricordo quando studiavo all'accademia della Scala, oltre quindici anni fa, che sentivo molto parlare del Festival ma non ho avuto mai l'occasione fino a quando non ho ricevuto la telefonata mentre ero a New York.


Durante il concerto tra il pubblico ci sarà una persona che avrà un occhio e un orecchio più attendo per il suo repertorio, sto parlando del grande Ruggero Raimondi, un uomo che ha scritto la storia del Bel Canto, come si accinge a questa performance?


Ho cantato diverse volte con Ruggero, abbiamo fatto insieme "Il barbiere di Siviglia" al teatro Alla Scala, a Zurigo, ci conosciamo molto bene. Tra l'altro il Maestro Raimondi mi ha dato consigli durante le nostre performances. Lui è una persona brillante, molto attenta e sicuramente se avrà da dirmi qualcosa lo farà alla fine del concerto perché abbiamo un rapporto di grande stima anche con la mia famiglia. Sono contento di essere quì, in questa occasione in cui Raimondi riceve il premio alla carriera. 

Il programma, reso noto sul sito del festival prevede un alternanza di arie di notevole spessore e ricerca da parte sua e dei suoi colleghi, una scelta del festival? del Direttore o dei cantanti?


Naturalmente eseguendo questo concerto di "Bel canto" al Festival della Valle d'Itria e per rimanere dello spirito del festival, abbiamo cercato di trovare delle arie abbastanza rare. L'aria che canterò di Pacini tratta dal "La Saffo" è veramente splendido: so che è stato presentato circa quaranta anni fa al festival. Col Maestro Triola e Luisi abbiamo quindi realizzato questo programma. È stato difficile tra l'altro trovare i pezzi per orchestra. Il Maestro Quatrini ha fatto un lavoro eccezionale scrivendo partiture proprio perché non era semplice trovare questi brani. È un concerto difficile e siamo curiosi alla reazione del pubblico di Martina Franca.

Affronta ruoli più che buffi ironici come Belcore, Figaro a ruoli drammatici con estrema disinvoltura, ma in quale di questi trova maggiore affinità?


Io credo che sia più semplice cantare suoli drammatici che ruoli buffi. Dico sempre che è più difficile far ridere che far piangere. Affronto in questo momento i ruoli con un certo lirismo, rimanendo con la mia voce senza andare a gravare con effetti o caricature per cercare di trovare colori diversi. Io cerco di rimanere con il mio strumento e cantare con la mia voce di baritono si, giovane. Ho 38 anni e sono all'inizio della maturità. Posso dirle che quando ho cantato Renato nel "Un Ballo in maschera", in questo ruolo mi sono sentito bene, la mia voce ha trovato un buon equilibrio tra piano e forte. Il mio Figaro, Rossini non me ne voglia, è un po' eroico, disinvolto, ma credo che questo personaggio abbia una ricchezza incredibile che comunque voglia un po' di eroicità. Quando canto Renato o Rodrigo invece mi danno tutta una gamma di possibilità in cui mi trovo molto meglio, così come il Donizetti drammatico come "Lucia di Lammermoor". Il Dott. Malatesta, anche lì mi piace fare il "buffo", lo scaltro. I miei personaggi "buffi" sono sempre un po' scaltri.

Ha al momento un autore preferito?


Io ho cantato moltissimo le opere del Maestro Puccini. Ho naturalmente una predilezione per il Maestro Verdi e mi auguro di cantare sempre più opere verdiane. Mi rendo conto della difficoltà e profondità che c'è dietro questo autore, la scelta dialettica che c'è all'interno della sua opera. Sento che ci sono molte pagine del repertorio verdiamo che sento di poter affrontare, studiare e confrontarmi. Al momento ho cantato molto opere pucciniane che mi hanno dato notevoli soddisfazioni. Nel ruolo di Marcello ho cantato praticamente in tutto il mondo: questo è un ruolo di una grande umanità, basato sull'amicizia, sull'amore, su mille sentimenti contrastanti che a me han dato tanto, mi hanno formato. Quando però sento Verdi e studio le pagine del repertorio verdiamo mi sento molto gratificato per la mia timbrica, per il mio modo di sentire.

Se avessi un altro timbro, quale aria o ruolo, anche femminile, ti piacerebbe cantare?  
Forse se fossi un tenore mi piacerebbe cantare Otello, per la sua drammaticità, per il suo sentimento: crede, ama. Fossi un soprano canterei Donna Elvira, c'è una pagina fantastica "In quali eccessi o numi" che adoro, ha uno dei recitativi più belli delle pagine di Mozart che io conosca, per il mio sentimento; vorrei avere la possibilità di cantarla. Ricordo l'interpretazione eccezionale della mia Maestra Leyla Gencer di quella pagina. Ancora oggi quando ho bisogno di un'intensità musicale vado su internet e ascolto questa pagina eccezionale specie nella sua esecuzione.

Sappiamo che collezioni monete, da cosa nasce questa passione?


Mio padre ha sempre viaggiato moltissimo per lavoro quindi in casa abbiamo avuto sempre una quantità incredibile di monete provenienti da tutti i Paesi del mondo, Paesi arabi, latini, latino americani, Asia, Oceania... veramente da tutti i continenti. Da ragazzino già guardavo queste monete, le classificavo, le raccoglievo. Crescendo e girando io stesso il mondo ho continuato a raccogliere monete ed è arrivato il momento in cui ho desiderato avere una collezione importante e ho incominciato a raccoglie monete mai circolate. Adesso ho una collezione intorno ai 25.000 pezzi  un po' di tutte le nazioni del mondo. Ho monete dell'antica Roma e monete che vanno dal 1600 fino ai giorni nostri. Ho una collezione completa dell'euro ad esempio dal 1999 ad oggi di tutti gli stati che fanno parte della monetazione euro. Spero un giorno in una mostra almeno della mia collezione vaticana perché è molto interessante con pezzi che fanno da Giovanni XXIII, Paolo VI fino ad oggi. La bellezza di fare una cosa del genere è quando all'improvviso ti ritrovi ad avere tutte le monete di un'annata o una collezione completa, mi da una certa soddisfazione.

Quali sono i consigli che daresti ad un giovane cantante desideroso di una carriera?


Come sempre la cosa più importante è lo studio attento, puntuale. Prima di tutto cercare di avere una tecnica salda soprattutto nella respirazione e nell'utilizzo della propria voce. Non una tecnica in generale, deve essere una tecnica che funziona per quella voce perché ogni voce è uno strumento a sé e non i può generalizzare più di tanto. Certamente le condizioni generali e iniziali sono uguali un po' per tutti però ci vuole uno studio attento e poi la volontà di prendere sempre il meglio dalle persone con cui si lavora, dagli artisti che si ascoltano perché molto spesso non si ascolta veramente, si sente, si ascolta passivamente. La cosa importante invece è capire come si arriva a quell'esecuzione, come e quali sono i passaggi per permettono al corpo e alla voce di riuscire a fare quel genere di esecuzione. Certamente oggi essere giovani è formante perché vengono date delle opportunità. I giovani che valgono vengono subito messi sui grandi palcoscenici: ci vuole attenzione perché questa cosa è un'arma a doppio taglio. È facile bruciarsi. Bisogna avere il coraggio dell'attesa, di rifiutare o andare cauti nelle scelte artistiche perché una volta che si è fatto tutto poi non c'è nulla da proporre poi non hai nulla di nuovo. Oggi il mercato vuole sempre le novità: sia giovani che artisti affermati che offrono cose nuove.

Quali saranno i suoi prossimi impegni?

A settembre inaugurerò il nuovo teatro di Dubai con "Il barbiere di Siviglia", poi "La Bohème" a Torino diretto dal Maestro Noseda e non avendo mai lavorato con il Maestro Noseda è per me un'appuntamento importante, poi ancora "Bohème" al Metropolitan in novembre e tra le novità assolute il prossimo anno debutterò il "Gianni Schicchi" ad Amsterdam, Don Carlo Carlo al Maggio Musicale Fiorentino diretto dal Maestro Metha e Falstall a gennaio al teatro Alla Scala.


Ringraziamo per la disponibilità e la simpatia e ricordiamo gli amici di RCP che possono rimanere continuamente aggiornati collegandosi al tuo sito  


Per ascoltare l'intervista AUDIO completa clicca quì


Luglio 2016
S.G.




martedì 12 aprile 2016

Don Pasquale di Gaetano Donizetti a cura di Fernando GRECO

UN AMARO SORRISO
Breve introduzione all’opera “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti

di Fernando Greco


Per il bergamasco Gaetano Donizetti (1797 – 1848), dominatore incontrastato delle platee parigine, il “Don Pasquale” fu una sorta di canto del cigno, un testamento spirituale che nel 1843 era destinato non solo a chiudere definitivamente la stratosferica avventura francese, ma anche la carriera di un uomo sfortunato. Appena due anni dopo, il musicista sarebbe stato annientato da una paralisi cerebrale di origine luetica che l’avrebbe miseramente condotto alla tomba l’8 aprile del 1848.

L’INVIDIA DI BERLIOZ
Deluso per la mancata nomina a direttore del Conservatorio di Napoli, città che per un decennio ne aveva glorificato il genio e nella quale aveva visto la luce la celebre “Lucia di Lammermoor”, Donizetti nel 1838 si era trasferito a Parigi, città che, anche grazie al benevolo interessamento di Rossini, vide nel 1840 il trionfo di ben tre opere, ovvero “La fille du régiment”, “Les Martyrs” e “La Favorite”.
Per avere idea dell’unanime successo parigino, possiamo leggere le infuocate parole di Hector Berlioz (1803 – 1869) che, sentendosi mancare la terra sotto i piedi, così scriveva sul “Journal des Débats”:  “… Pensate un po’: due grandi partiture per l’Opéra, “Les Martyrs” e “Le Duc d’Albe”; altre due per la Renaissance, “Lucie de Lammermoor” e “L’ange de Nisida”, due per l’Opéra-Comique, “La fille du régiment” e un’altra di cui non si conosce il titolo; e poi un’altra ancora per il Théatre des Italiens: queste sono le opere che nel giro di un anno saranno scritte o rielaborate dallo stesso autore! Il signor Donizetti ha l’aria di volerci trattare da paese conquistato, la sua è una vera e propria guerra di invasione. Non potremo più parlare dei teatri lirici di Parigi, ma dei teatri di Donizetti!”

UNA GESTAZIONE TRAVAGLIATA
All’indomani del trionfo riportato con “Linda di Chamounix” il 4 marzo 1842 a Vienna, dove per l’occasione fu nominato Compositore di Corte (titolo già conferito a Mozart), il Bergamasco intraprese la composizione di una nuova opera per il Théatre des Italiens ispirandosi al “Ser Marcantonio”, opera buffa di Stefano Pavesi andata in scena nel 1810, affidando la stesura del nuovo libretto a Giovanni Ruffini, esule mazziniano.
Pare che il canovaccio musicale sia stato ultimato da Donizetti in soli undici giorni, mentre più travagliata fu la gestazione del libretto a causa dei continui contrasti tra il poeta e il musicista il quale, oltre a contestare e modificare continuamente i versi, pretendeva che l’opera venisse rappresentata in costumi contemporanei, contrariamente a trine e parrucche di stampo settecentesco previste dall’opera originaria e auspicate da Ruffini. Al culmine del litigio, il Ruffini disconobbe la paternità del libretto, che rifiutò di sottoscrivere. Per superare l’empasse furono utilizzate le iniziali M. A. dell’amico Michele Accursi e finalmente, il 3 gennaio 1843, il “Don Pasquale” andò in scena riscuotendo il plauso unanime degli spettatori. La magica alchimia parigina si realizzò ancora una volta: sulle tavole del palcoscenico era nato un nuovo capolavoro, anche grazie all’intervento di un cast di stelle tra cui figuravano gli applauditissimi cantanti Luigi Lablache e Giulia Grisi. Lo stesso Fryderyk Chopin, arbiter degli intellettuali parigini, ne fu entusiasta.

UN’ESISTENZA AL TRAMONTO
Non sappiamo se Donizetti fosse già consapevole della propria malattia al momento della composizione del “Don Pasquale”. Di fatto, le vicissitudini del vecchio ricco e baldanzoso che, credendosi ancora un galletto, si trova necessitato a prendere coscienza del proprio decadimento, seppur con un sorriso amaro sulle labbra, rappresentano il modo più elegante per concludere una carriera di successo, così come avrebbe fatto una cinquantina d’anni dopo l’anziano Giuseppe Verdi, che dando vita al suo geniale “Falstaff” avrebbe abbandonato le tavole del palcoscenico e le umane cure con la tenera leggerezza di una commedia piuttosto che con la scomposta passionalità di una tragedia. Peraltro il “Don Pasquale” rappresenta l’ultima propaggine di quella tradizione buffa italiana che, nata nel Settecento con Paisiello, Pergolesi e Cimarosa, aveva avuto il suo massimo rigoglio con Gioachino Rossini. Mentre la comicità settecentesca aveva attinto a piene mani da Mozart e da quel lucido e spassionato razionalismo che caratterizzava l’Età dei Lumi, nell’opera donizettiana il carattere giocoso non è mai privo di certo languore tutto Romantico e, per dirla con Celletti, “… Il lirismo e la malinconia si contrappongono al sorriso malizioso o anche alla schietta risata”. E quando il vecchio protagonista, dopo aver ricevuto dalla giovane moglie un sonoro ceffone, canta “E’ finita, Don Pasquale!”, non si possono trattenere le lacrime davanti alla constatazione della fine, la fine della giovinezza, il tramonto della vita.
locandina - produzione del Teatro Il Ducale di Cavallino (LE)
stagione 2016

LA TRAMA
Di per sé, l’intreccio rispetta i classici topoi dell’opera buffa tradizionale, compreso lo scambio di persona effettuato per favorire un amore contrastato.
Maurizio Picconi
nel ruolo di Don Pasquale
Il giovane e aitante Ernesto (tenore), unico nipote nonché unico erede di Don Pasquale (basso), ricco scapolo settantenne, vuole unirsi in matrimonio con l’intraprendente Norina (soprano) suscitando le ire dello zio, che invece lo vorrebbe accasato con una nobile zitella. Per punire il nipote, Don Pasquale decide pertanto di trovar moglie egli stesso, pur in età così avanzata, in modo da diseredarlo e scacciarlo dalla propria casa. Il dottor Malatesta (baritono), amico e confidente del vecchio, gli propone in sposa sua sorella Sofronia, presentandola come una giovinetta garbata e virtuosa, “fresca uscita di convento” e “bella siccome un angelo”. Don Pasquale accetta con entusiasmo, sentendosi già addosso il “foco insolito” della passione. Il poveretto ignora però che Malatesta è complice di Norina e che la pudica Sofronia altri non è che la stessa Norina che, una volta divenuta la padrona di casa, inizia da subito a rendere la vita impossibile al povero Don Pasquale. Con un’arroganza del tutto nuova e imprevedibile, la donna inizia a sperperare soldi e maltrattare il marito fino a fargli credere di avere addirittura un amante, che ella si accinge a incontrare in giardino con il favore della notte. Don Pasquale si apposta perciò insieme con Malatesta, sperando di cogliere la moglie in flagranza di reato così da poterla ripudiare. In realtà l’amante misterioso è Ernesto che, informato per tempo da Malatesta circa il piano ordito per ingannare Don Pasquale, non si lascia scoprire dal vecchio in compagnia di Sofronia: già la presenza di lei, da sola in giardino di notte, è indizio certo di reato. Il dottor Malatesta, avuti da Don Pasquale pieni poteri per sistemare la faccenda senza scandali, rimprovera la finta sorella e la informa che l’indomani sarebbe arrivata la nuova padrona di casa, ovvero Norina, sposa di Ernesto. Davanti alle rimostranze della donna, che preferisce la prospettiva di andar via definitivamente piuttosto che condividere il tetto con un’altra, Don Pasquale fa chiamare Ernesto e la sconosciuta Norina per ratificare la nuova unione davanti alla fedifraga Sofronia. A Malatesta non rimane che scoprire le carte in tavola: Sofronia e Norina sono la stessa persona. Dopo un primo accesso di collera davanti alla constatazione dell’inganno, Don Pasquale benedice la nuova coppia formata da Ernesto e Norina, contento per avere sventato il rischio di una scomoda vita matrimoniale: finalmente ha capito a proprie spese che

“Ben è scemo di cervello
chi s’ammoglia in vecchia età;
va a cercar col campanello

noie e doglie in quantità!”

Fernando Greco

giovedì 7 gennaio 2016

I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo a cura di Fernando Greco


… ED EI CON VERE LACRIME SCRISSE!
Breve introduzione all’opera “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, in occasione dell’allestimento previsto l’11 gennaio 2016 nell’ambito della 2° Stagione Lirica Città di Maglie.

di Fernando Greco


Alle soglie del Novecento, quello squarcio di vita aperto dalla “Cavalleria rusticana” di Mascagni nel cuore del meridione d’Italia acquisisce con “Pagliacci” una forma più complessa e più matura, sorretta da una formidabile inventiva melodica, il che fa dell’opera di Ruggero Leoncavallo (1857 – 1919) il capolavoro del Verismo musicale. Per dirla con lo studioso Virgilio Bernardoni “Pagliacci rimane uno dei pochi lavori del genere verista che riesce a comunicarci il fascino di un’inquietudine drammaturgica”. 

DISPERATO MA RISOLUTO
Ruggero Leoncavallo
“Dopo il successo della Cavalleria Rusticana di Mascagni, mi chiusi in casa disperato ma risoluto a tentar l’ultima battaglia e in cinque mesi scrissi il poema e la musica di Pagliacci”. Con queste parole, l’autore rievocava in età matura lo spirito con cui, dopo anni di gavetta trascorsi a comporre canzonette per il café-chantant Eldorado di Parigi, era giunto a comporre la partitura che gli avrebbe procurato un trionfo tanto strepitoso quanto inaspettato. Figlio di un insigne magistrato, il compositore manifestò fin dall’infanzia un duplice talento musicale e letterario, diplomandosi all’età di sedici anni nel prestigioso Conservatorio di San Pietro a Majella e conseguendo successivamente la laurea in lettere nell’università di Bologna sotto la guida di Giosuè Carducci. A Parigi divenne pianista accompagnatore del celebre baritono Victor Maurel, primo interprete di Jago nell’”Otello” verdiano e successivamente primo Falstaff, che sostenne strenuamente il progetto di “Pagliacci” e accettò il ruolo di Tonio a condizione che venisse modificato il titolo originario dell’opera. Si trattava de “Il Pagliaccio”, titolo
Victor Maurel
riferito al solo personaggio tenorile di Canio, che Maurel, con manie di protagonismo, fece cambiare in “Pagliacci” affinché nel titolo dell’opera fosse compreso anche il personaggio interpretato da lui. La prima di “Pagliacci”, diretta dal giovane Arturo Toscanini al teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892, riscosse un successo clamoroso e destinato ad amplificarsi nelle repliche successive. La pionieristica incisione discografica dell’aria “Vesti la giubba”, effettuata dal tenore Enrico Caruso nel 1902, è entrata nel Guinness dei Primati per essere la prima nella storia ad aver raggiunto il milione di copie vendute.





UN DELITTO D’ONORE
Montalto Uffugo
All’indomani del debutto di “Pagliacci”, Leoncavallo dovette difendersi dall’accusa di plagio rivoltagli dal letterato Catulle Mendès, secondo il quale la trama dell’opera ricalcava quella del suo dramma “La femme de tabarin” (1876). Il musicista riuscì comunque a spuntarla rivelando di essersi ispirato a un suo ricordo d’infanzia, ossia un delitto d’onore verificatosi a Montalto Uffugo, paesino della Calabria dove suo padre era pretore. Nel giorno di Ferragosto, un domestico di casa Leoncavallo aveva accompagnato il piccolo Ruggero ad assistere a uno spettacolo di piazza, ma all’improvviso, sotto lo sguardo attonito del fanciullo, era stato aggredito e ucciso dal calzolaio del paese. Secondo il critico Lorenzo Arruga “... Leoncavallo barava: quando venne in mente pochi anni fa di controllare il verbale del processo di quell’omicidio, la storia era molto diversa, mentre La femme de Tabarin vi rassomiglia parecchio …”

COSI’ E’ (SE VI PARE)
Nel contesto dell’ambiente letterario e musicale di fine secolo, “Pagliacci” rinforza e sublima la poetica
Enrico Caruso interpreta Canio
Esquisitamente verista inaugurata da “Cavalleria rusticana” oltrepassandola nella misura in cui (forse all’insaputa dello stesso autore) l’elemento grottesco e metateatrale prefigura nuovi orientamenti drammaturgici già premonitori dell’arte espressionista e del teatro di Pirandello. Da una parte quindi, rimaniamo nell’ambito dell’estetica verista più pregnante quando consideriamo l’ambientazione “rusticana” della vicenda, l’esplosione violenta del dramma passionale in cui predominano sentimenti primordiali e profondi quali la gelosia e la vendetta. Dall’altra, “Pagliacci” rappresenta un gioco delle parti più complesso, affrontando la problematicità del rapporto persona – personaggio in maniera decisamente pre-pirandelliana. “Par vera questa scena!”: davanti al teatrino ambulante si rimane smarriti perché si è smarrita l’identità dei protagonisti. Chi si muove sul palcoscenico? L’uomo o il pagliaccio? Il personaggio o l'interprete? L’unica risposta possibile è quella che qualche anno dopo avrebbe dato Pirandello, sospendendo il giudizio in maniera lapidaria: “La verità? Così è (se vi pare)!”.


IL MANIFESTO DEL VERISMO

Prima riduzione per canto e pianoforte
Al personaggio baritonale di Tonio, così moderno nella sua grottesca deformità, è affidato il compito di reggere le fila di entrambi i piani narrativi della vicenda, ovvero il piano teatrale e quello metateatrale. Si parte con un magistrale prologo, in realtà aggiunto da Leoncavallo per fornire un’aria di bravura a Victor Maurel, suggestivo momento poetico e musicale che oltre a esporre i tre motivi musicali fondamentali dell’opera (il famoso tema di “Ridi Pagliaccio!”, quello che qualificherà la relazione tra Nedda e Silvio e quello che caratterizzerà la tremenda gelosia di Canio) rappresenta una sorta di manifesto della poetica verista. Tonio, presentandosi come Prologo in persona, spiega allo spettatore che sul palcoscenico non vedrà semplici maschere, ma uomini in carne ed ossa che metteranno in gioco autentici sentimenti umani, poiché per primo l’autore ha versato calde lacrime nell’intento di “pingere uno squarcio di vita” (esplicito riferimento alla tranche de vie cara agli scrittori del naturalismo francese). Lo stesso Tonio, respinto da Nedda, farà scoprire a Canio il tradimento di lei per poi chiudere l’opera con la cinica frase “La commedia è finita!” (espressione che nelle versioni successive dell'opera sarebbe stata pronunciata da Canio). Ma di quale commedia si tratta? Quella inscenata dai pagliacci o quella della vita stessa degli attori?


LA TRAMA

La vicenda si svolge a Montalto, paesino della Calabria, nel giorno della festa di Mezzagosto.

Prologo.
Tonio (baritono) si presenta al pubblico a sipario chiuso, nelle vesti del Prologo. Egli spiega allo spettatore che tra poco sul palcoscenico si muoveranno non semplici maschere, ma uomini in carne ed ossa che si ameranno e si odieranno da veri esseri umani, poiché l’autore prima di loro ha versato calde lacrime nell’intento di “pingere uno squarcio di vita”.

Atto Primo.
Nelle prime ore del pomeriggio, squilli di tromba annunciano l’arrivo nel villaggio di una compagnia di
libretto dell'opera
attori girovaghi. Tutti accorrono festosamente mentre entra in scena una pittoresca carretta tirata da un asino che Peppe (tenore), in abito di Arlecchino, conduce a piedi. Ritto sulla carretta Canio (tenore), in costume di Pagliaccio, invita tutti all’esilarante spettacolo che avrà luogo quella sera stessa. Sul trabiccolo si trova anche Nedda (soprano), unica donna del gruppo nonché compagna di Canio. Tonio, personaggio goffo per il suo aspetto deforme e la sua dabbenaggine, cerca di aiutare Nedda a scendere dalla carretta, ma riceve un sonoro ceffone da Canio che, interrompendo l’iniziale ilarità, fa sapere che “il teatro e la vita non son la stessa cosa”: se sulla scena Pagliaccio coglie in flagrante adulterio la sua sposa, si limita a fare “un comico sermone”, ma se egli sorprendesse Nedda per davvero, la vicenda andrebbe a finire in maniera ben diversa. Nedda, in disparte, appare turbata da tale discorso. Le campane suonano a vespero. I presenti si separano: le donne si avviano verso la chiesa, gli uomini verso l’osteria. Rimasta sola, Nedda riflette sulle parole di Canio: per un attimo ella ha pensato che il compagno potesse leggerle negli occhi il suo inconfessabile segreto. Il sole di ferragosto e i versi degli uccelli la distolgono dai cattivi pensieri; ella canta una ballatella appresa da sua madre in cui paragona il volo degli uccelli alla sua sete di libertà. Il canto di lei non manca di attrarre Tonio che, dopo averle rivolto frasi concupiscenti, cerca di sedurla. La donna lo respinge a suon di frustate, facendosi beffe della sua rozzezza (“Ti sei svelato omai, Tonio lo scemo! Hai l’animo siccome il corpo tuo difforme, lurido!”). Tonio retrocede, giurando vendetta. Nedda riceve la visita di Silvio (baritono), suo amante segreto, al quale ella rivela l’accaduto. L’uomo le propone di fuggire con lui, troncando una buona volta la sua relazione con Canio. L’iniziale perplessità di lei lascia il posto a languide effusioni amorose che vengono intercettate da Tonio il quale, non visto dai due, corre a chiamare Canio. Nel frattempo i due amanti si accordano per fuggire insieme quella notte stessa; Canio giunge giusto in tempo per udire l’ultima frase di lei (“A stanotte, e per sempre tua sarò!”), ma non riesce a catturare l’ignoto amante, poiché questi fugge via repentinamente e senza farsi riconoscere. Furente, Canio chiede invano a Nedda di rivelargli il nome dello sconosciuto. Frattanto è giunta l’ora di allestire lo spettacolo e perciò Tonio consiglia a Canio di calmarsi, sperando che l’amante si faccia vivo tra il pubblico durante la recita e che in qualche modo si tradisca. Canio inizia a truccarsi, meditando sulla sua intima lacerazione tra l'essere attore buffo e al contempo un uomo straziato dal dolore (“… Tramuta in lazzi lo spasmo e il pianto, in una smorfia il singhiozzo e il dolor! Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto, ridi del duol che t’avvelena il cor!”).

Atto Secondo.

Placido Domingo interpreta Canio
Il pubblico prende posto nell'improvvisato teatrino all'aperto in cui lo spettacolo sta per cominciare. Anche Silvio è tra gli spettatori. Nedda, in costume di Colombina, si aggira tra la gente per raccogliere qualche moneta. Comincia la commedia, introdotta dalle note di un minuetto. Colombina (Nedda), approfittando dell'assenza del marito Pagliaccio (Canio), riceve in casa lo spasimante Arlecchino (Peppe). Anche il servitore Taddeo (Tonio) la corteggia e le dichiara il suo amore, ma viene scacciato in malo modo e inviato a sorvegliare l'eventuale ritorno di Pagliaccio. I due amanti iniziano a cenare scambiandosi sguardi appassionati, ma vengono interrotti dall'entrata di Taddeo che, trafelato, annuncia l'imprevisto ritorno di Pagliaccio. Arlecchino, prima di svignarsela, porge a Colombina una pozione ch'ella dovrà far bere a Pagliaccio per narcotizzarlo, di modo che nottetempo i due possano fuggire insieme. La donna saluta Arlecchino con le parole: “A stanotte, e per sempre sarò tua!”. Canio, all'udire le stesse parole che Nedda ha rivolto poc'anzi al suo amante segreto, compare in scena stravolto. Quello che doveva essere il brillante battibecco tra Pagliaccio e Colombina diventa un furibondo litigio tra Nedda e Canio, in cui quest'ultimo, rinfacciandole di averla raccolta dal marciapiede e di averla amata alla follia, le impone di rivelargli il nome dell'amante. Il pubblico applaude credendo che si tratti ancora di finzione scenica, mentre Nedda, con malcelata nonchalance, cerca invano di riprendere le fila della commedia. Tutto è vano: all'estremo rifiuto della donna, Canio la accoltella ferocemente. Nedda chiede soccorso a Silvio chiamandolo per nome; l'uomo le corre incontro sicché Canio, individuato l'avversario, si avventa contro di lui ferendolo a morte. Alcuni dei presenti, avendo finalmente compreso la reale portata della tragedia, si precipitano verso l'assassino per disarmarlo, ma egli, in stato confusionale, lascia cadere il coltello dicendo: “La commedia è finita!”